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GUIDO
ANDERLONI
Segni didentità
In questi ultimi lavori ho voluto ridurre il ritratto a termini più
semplici. Ho preso come esempio le fotografie che usiamo nei documenti,
le fototessere, che costituiscono la formula primaria per ritrarre e riconoscere
una persona. Mi interessa lidea di creare certa ambiguità nel
momento di considerare le qualità delle persone fotografate, ho voluto
portare a termine un processo di condensazione degli attributi che ci identificano;
standardizzare il ritratto e condurlo ad uno stato nel quale funzioni come
elemento totemico, considerandolo come segno linguistico, portandolo allunità
base di significato.
Guardando limmagine di una persona possiamo esprimere giudizi sulla
sua natura, sui suoi caratteri ed attributi; mettiamo in atto una forma
di catalogazione visuale che inequivocabilmente si converte in catalogazione
morale, culturale e sociale. La fotografia è uno strumento di documentazione
abbastanza discutibile: ci rende familiari immagini di persone delle quali
in realtà possiamo sapere ben poco.
Dato che il ritratto non è mai loriginale, voglio avvicinarmi
il più possibile ai protagonisti di questo lavoro e lo faccio in
una forma semplice, rimanendo il maggior tempo possibile vicino a loro.
Non voglio parlare in termini di bellezza, carattere o situazione; ciò
che mi interessa dellessere umano è il calore del suo corpo,
la sua presenza, la sua compagnia.
Voglio evitare lo sguardo diretto, lo sguardo che si fa eterno ed è
solamente uno sguardo, sebbene possa essere il più convincente o
il più accertato. Non mi interessa elencare le particolarità.
Luomo lascia una traccia dietro di sé, il segno della sua assenza:
non sono importanti le parole che appaiono bensì quelle che mancano.
E una serie che parla del noi e non dellio, attraverso le persone
voglio dimenticare le individualità, evitando le gerarchie, i fatti
differenziali, come se lavassi il corpo e con lacqua se ne andasse
ciò che ci separa. Allinizio dicevo che stavo pensando a questo
viso ritagliato per fototessera, ora mi piacerebbe che qualcuno decidesse
collocarla sul suo passaporto e così viaggiare per il mondo.
GUIDO ANDERLONI
Segni di identità
Come dire tracce di volti irriconoscibili, sagome evanescenti color carne,
fantasmi nati così per colpa del tempo.
Lui racconta che non ama la definizione dei particolari... Guido Anderloni
vorrebbe che queste immagini potessero diventare foto personali adatte per
tutti i passaporti del mondo, vorrebbe dare così scacco matto alle
regole inevitabilmente discriminanti che mette in atto il gioco della rappresentazione.
Ecco: lassenza (voluta) di particolari sfugge alla violenza inevitabile
della catalogazione e apre a una soggettività aperta in cui ci si
ritrova a praticare una forma inedita di identificazione collettiva.
Tutto ciò che si avverte (che è possibile cercare) sono infatti
delle presenze silenziose che non raccontano altro che le storie che chi
guarda desidera ascoltare.
Si apre uno spazio che limmagine carica di particolari di fronte alla
sua stessa evidenza solitamente nega.
Violenza e gioia in quello che a prima vista può sembrare il lavoro
delicato di un fotografo pentito si rivelano attraverso unattitudine
che amplifica il grado di realtà.
Da voyeur a testimone, lobbiettivo della sua macchina fotografica
infatti ascolta pazientemente, non guarda... rinuncia a strappare lo scatto
giusto, tollera e fa suo ciò che la scena del set principale non
prevede, spesso cè una selezione precisa anche nei documentari.
Guido Anderloni sottraendo alla riconoscibilità i suoi ritratti ci
tira in mezzo, questi volti nella loro indefinizione e nellessere
spogliati dellidentità individuale sono pensabili quasi come
degli specchi, la loro è una forma possibile nella quale riconoscersi.
sembrano venire da lontano ed essere lì a ricordarci la precarietà
esistenziale nella quale siamo immersi, noi più che soggetti, segni
d identità composita e incerta, soggetti a una trasformazione
costante nel corso del tempo.
La scienza dice che grazie al ricambio delle cellule tutto del nostro corpo
è destinato allinesorabile legge del ricambio. Cervello a parte.
Date le premesse non è un caso che il passo successivo sia un lavoro
di cui a Care of è esposta una traccia discreta, in cui lartista
rielabora una sua personale versione della rappresentazione della violenza.
Mi riferisco a 103 africani, lavoro in cui Anderloni ha chiesto agli invitati
alla sua mostra Segni di identità la scorsa primavera, di passare,
per avvicinarsi al buffet, attraverso una stanza della galleria dove viene
scattata una fotografia (in cui i ritratti vanno a sovrapporsi al fine di
ottenere un risultato unico) e impresso un piccolo segno diniziazione
sulla mano... 103 persone, in riferimento a una normale notizia apparsa
su un quotidiano spagnolo che raccontava di altrettanti immigrati clandestini
rimpatriati dalla Spagna allAfrica servendosi di un potente sonnifero
per evitare problemi nel corso del trasferimento. Entra la storia a sventare
ogni pericolo di trovare rifugio sicuro nella tradizione del genere e questo
passaggio sembra trovare un riferimento preciso nella definizione di soggetto
post-traumatico sulla quale si interroga Hal Foster, soggetto che ritorna
come sopravvissuto o testimone, che contemporaneamente afferma e nega la
sua identità sublimandola.
La violenza evocata con un procedimento non didascalico, lontano da sangue,
viscere e scene del delitto, assume così una connotazione cupa, ancora
più violenta e universale nella mancanza di particolari e nella sostituzione
del corpo della vittima con il corpo reale dello spettatore che si rende
disponibile a interpretare il ruolo che gli è stato chiesto. Come
per dire che non possiamo più davvero considerare quello che vediamo
qualcosa che non ci appartiene, che possiamo fare finta di non avere visto,
di non aver saputo.
Emanuela De Cecco, ottobre 1997
Guido Anderloni, giovane artista italiano residente in Spagna, presenta
in mostra due lavori fotografici. Gli undici ritratti di Segni didentità
(parte della serie realizzata nel 1996) sono il risultato di tempi di esposizione
molto lunghi, a volte unora, ripresi in situazioni di estrema naturalezza,
durante una cena tra amici, al bar, come Anderloni racconta. Dice anche
di essere poco partecipe alla vita del soggetto: la macchina fotografica
e testimone muto, osserva a distanza, immobile. Disinteressato alla classificazione,
elimina dal ritratto tutti gli attributi che servono a catalogarlo, quelle
circostanze che dichiarano convenzionalmente 1appartenenza del soggetto
a un contesto culturale-sociale specifico. Lesposizione prolungata
cancella "democraticamente" dettagli e singolarita e, invece,
impressiona unimpronta, il ricordo del corpo. Rimane la sensazione
di una presenza, la sua fragile essenza. Muta 1identita nel tempo,
il volto assieme ai pensieri, e Anderloni, senza scegliere a priori, registra
il processo in corso, 1alchimia dei sentimenti, come la definisce.
Segni non identificabili, le soggettivita ritratte restituiscono, a chi
le guarda infinite possibili storie. In assenza, infatti, ogni storia e
possibile. Se Segni didentità lascia ampio margine alla lettura
individuale, 103 Africani affonda la lama nella specificita della Storia.
Anderloni riprende un fatto di cronaca da un quotidiano spagnolo riguardante
il rimpatrio in Africa di altrettanti immigrati, attuato con metodi poco
ortodossi. Per avere accesso al buffet in galleria (durante una mostra nella
primavera del 1997) i visitatori erano obbligati a passare da una stanza
dove venivano fotografati e timbrati: 103 volti si sovrappongono 1uno
allaltro in ununica fotografia (in mostra a Care Of). Approccio
delicato a un problema enorme, che non e solo quello del caso contingente
ispiratore del lavoro, ma della conoscenza e dellattenzione alla verita,
ai fatti che accadono. La Storia ci riguarda personalmente, 1individuale
e collettivo: il messaggio e semplice, chiaro e giocoso il modo di comunicarlo,
tanto per dire che, assente ogni ambiguita, e facile capire, per chi vuol
capire.
Alessandra Pioselli Flash Art n°208
Al di là del loro aspetto "inespressivo" le fotografie
di Guido Anderloni sono indubbiamente legate al genere della ritrattistica.
Si tratta tuttavia di una maniera particolare di descriverci le persone
ed il loro aspetto. Già nella precedente serie di ritratti di persone
colte tramite tempi di esposizione di qualche ora nellatto
di dormire, Anderloni andava oltre la delinizione dei volti per cogliere
Iaspetto involontariamente performativo del corpo umano. Nellultima
serie fotografica, intitolata "Segni d' identità", Anderloni
ha ripreso durante varie cene madrilene delle persone sedute a tavola: il
tempo desposizione è quello voluto arbitrariamente dalla durata
della cena. Nonostante la connotazione sociale di una tale situazione, niente
di tutto questo viene trasmesso nei ritratti. Il fotografo sembra invece
raggiungere il suo scopo, che e quello di "ridurre il ritratto alla
sua essenza assoluta".
Non è un caso, infatti, che il taglio applicato sia quello riconoscibile
della foto da passaporto, il tipo di fotografia utilizzato in tutto il mondo
perché le persone trasmettano inequivocabilmente i "segni d'
identità" che caratterizzano il proprio viso. Come scrive il
critico Emanuela De Cecco nella presentazione alla sua ultima mostra realizzata
a Care Of (Milano), Guido Anderloni "non ama la definizione dei particolari...vorrebbe
che queste immagini potessero diventare foto personali adatte per tutti
i passaporti del mondo, vorrebbe dare cosi scacco matto alle regole inevitabilmente
discriminanti che il gioco della rappresentazione mette in atto. Ecco: lassenza
(voluta) di particolari sfugge alla violenza inevitabile della catalogazione
e dà spazio ad una soggettività aperta in cui ci si ritrova
a praticare una forma inedita di identificazione collettiva". In questo
gioco tra il mettere in evidenza e rendere ambigui i "segni d' identità"
Anderloni riesce ad allargare il contesto di realtà, diventa nostro
testimone e complice nel descriverci unumanità diffusa che
viene trasmessa oltre i confini e i segni particolari, trasmette una condizione
di precarietà esistenziale attraverso il lento e inesorabile filtro
di una tendina che stenta a chiudersi in tempi canonici.
Gianni Romano
103 AFRICANI
Cento tre ritratti in una stessa immagine
- Fotografia di 130 x100 cm. montata su aluminio.
- Video.
Immagine realizzata fotografando gli invitati allinaugurazione di
una esposizione darte con il seguente procedimento: ogni persona in
procinto di servirsi al buffet viene invitata dai camerieri a passare in
una stanza della galleria dove le sarà fatta una fotografia e le
sarà timbrato un piccolo simbolo sulla mano con il quale potrà
tornare al buffet ed essere servito.
La macchina fotografica e le videocamere saranno occulte dietro uno specchio
spia.
Lidea che delle persone siano obbligate a lasciarsi identificare in
cambio di un aperitivo sarà visto da alcuni come una forma di baratto,
per altri come un piccolo ricatto. Questi ultimi avranno le loro buone ragioni
per risentirsi, dato che se vi è un buffet, normalmente vi sono ammessi
indistintamente tutti i partecipanti, senza che venga loro chiesto nulla
in cambio. E così che anchio preferisco vedere le cose.
Limmagine realizzata, fotografando come stabilito 103 persone, sarà
esposta in una successiva mostra della stessa galleria.
PERCHE 103 ?
Verso la fine di giugno 1996 le autorità spagnole espulsero 103 immigranti
rinviandoli ai propri paesi dorigine.
Dopo meno di un mese apparve sui giornali la notizia che queste persone
durante il viaggio erano state narcotizzate con Haloperidiol disciolto nellacqua
... ... si disse allora che molti di loro avevano precedenti penali con
la giustizia del proprio paese, ma non si specificò se per motivi
politici o per fatti di delinquenza comune ... ... si seppe che un consulente
del Ministero degli Interni si era recato a negoziare con funzionari di
uno stato africano ed aveva offerto un compenso economica perchè
accettassero gli immigranti espulsi (si parlò di un compenso di 200
dollari a persona) fossero o non di quel paese ...
Vídeo:
In un monitor di ridotte dimensioni registrazione dellazione realizzata
con due videocamere fisse con piani di: a- la gente che viene fotografada.
b- il timbro sulle mani
Montaggio alternando a,b - a,b - a,b..., tra 1 e 2 secondi ogni ripresa.
... Così, scendendo le scale, si potevano intravvedere i suoi tre
enigmatici nudi maschili e femminili (forse Duchamp avrebbe sorriso di questa
coincidenza verbale con il suo capolavoro). Dallalto risultava evidente
la trasparenza delle figure distese sul letto, ma non toglieva la sorpresa
nel constatare, una volta arrivati, che erano grandi negativi. Come li ha
fotografati? Perchè hanno questa luce sfrangiata color carne? Come
mai non si distinguono i contorni? Sono ritratti a lunga esposizione, lobiettivo
aperto registra tutti i movimenti e li coagula in una pelle che potrebbe
rappresentare la fisicità del ricordo. E un modo molto fuori dal
comune di rappresentare lintimità propria e altrui, da sempre
simbolizzata nel nudo. In questa esposizione a tempo indeterminato, e imprevista
come avverte il titolo, Il sole nellhangar, ciò che viene messo
a nudo è la variabilità corporea come se potessimo entrare
nelle fibre stesse del tessuto cutaneo e distinguere il tempo e lo spazio
in cui respiro, emozione, movimento si compiono. Fuoco e fuorifuoco scontornano
la figura restituendo il mistero della nostra incarnazione biologica e psichica.
La sovrapposizione dei momenti, in cui quelle figure si muovevano davanti
allobiettivo, diventa metafora di un incontro con 1altro in
cui il profilo esterno viene sempre modificato dalle tracce che si depositano
sia in chi guarda, sia in chi è guardato. Insomma, come se dietro
la pelle si espandesse un mondo in cui la definizione appare nella sua perenne
mutabilità. Analogo è il procedimento delle sequenze: Il colore
della luce, dove la pellicola registra innumerevoli tinte e sottotinte che,
a occhio nudo, non saremmo in grado di riconoscere guardando una parete
bianca esposta a varie luci, naturali e no.
Francesca Pasini
TO RETAIN THE INVISIBLE OR THE PRESENCE OF DAILY LIFE
Performance - instalation
Madrid
(text from catalogue)
The images are completely white, sometimes with a slight trace that is hardly
recognizable. They are obtained by leaving the camera with the shutter open
for a very long time (a whole day for example) in a fixed place (in the
intimacy of a home for example) with the intention of impressing the film
with all the moments of the day, trying to capture the complexity of life
with its actions, its feelings and states of mind. The negative is then
placed in the enlarger so as to print the copy.
It's an enconter that transcends the inevitable documentary aspect of photography:
the temporal quality of the photographic objectivity transforms itself into
a more nontemporal state, typical of mind.
The time of action in these pictures expands up to the point of losing the
visual control of technique, only the complexity of the story remains, without
its recognizable graphic aspect. Only with the help of the title it is possible
to recognize the action represented. There is no metaphor because there
is no reference to a circumstance, only the "chemical" retention
of the circumstance itself.
During the four days of the prformance festival a camera has been placed
taking a continuous picture of the works of artists and of the presence
of the public.
Personal Details
In my most recent works it has been my aim to reduce the portrait to its
absolute essence. I took passport pictures as an example because they are
the most usual and basic manner of portraying and recognising a person.
I am interested in creating a certain amount of ambiguity in evaluating
the qualities of the photographed individuals; I have attempted to condense
the features by which we identify ourselves; to standardise the portrait
and make it function as if were a totemic element, consider it as a linguistic
sign, to give its meaning basic unity.
When we look at the photographic image of a person we can evaluate the sitters
nature, character and attributes; we then participate in a type of visual
catalogization that unmistakably becomes a moral, cultural and social one.
Photography is a questionable vehicle for catalogization: It makes the faces
of individuals, of whom we know very little, seem familiar.
As a portrait is never the original I intend to get as close as possible
to the subjects of this work, and I do this in a simple manner by spending
as much time as possible with them. I do not want to speak in terms of beauty,
character or surroundings; what interests me in human beings is the warmth
of their bodies, their presence, their company.
I want to avoid the direct glance, the glance that is eternalised and which
consists of a single look, even though it be the most accurate and sensual
one. I am not interested in itemising specific characteristics. Every man
leaves a trace: the sign of his absence. The important words are not those
that appear but those that are missing.
This is a series that speaks through us and not through the
I, or rather: I want to forget the individuality trough individuals,
assure my self that the work is read only as a story of humanness; I want
to avoid hierarchies, differential facts; as if we washed our bodies and
with the water we could eliminate that which separates us. At the beginning
I said that I was thinking about the cut-off faces of passport pictures.
I would like it if some one would decide to use one of my pictures, to place
them in his or her passport and in this way travel the world.
Madrid, September 1996
Apart from their "inexpressive" quality, Guido Anderlonis
photographs can undoubtedly be grouped within the portrait genrc, though
his approach to dcscrihing his suhjccts and their characteristics is anything
but ordinary. Even in a preceding series when he photographed people sleeping
(in exposures lasting several hours), Anderloni sidestepped any search for
physiognomy-personalization to capture the involuntary performance of a
slumbering hody. In his latest series, "Distinguishing Marks",
the artist opened his shutter on some evening meals partaken of in his adopted
city of Madrid. This time the exposure time was arbitrarily dictated by
the duration of the repast being "documented." In spite of the
social connotations inherent to such a context, no part of that aspect surfaces
in these portraits. Anderloni seems rather to have achieved his goal of
paring the portrait down to its absolute essence.
Its no coincidence, in fact, that Anderloni chose to execute the final
prints in the "passport format" thats used the world over
to emphasize those "distinguishing marks" that permit certain
identification.
As the critic Emanuela De Cecco wrote in her presentation of an exhibit
that the artist recently held at the Care Of gallery in Milan, "Guido
Anderloni has no love of defining detail. Hed like to see these pictures
become a kind of universal image that might pass for any passport image.
Hed like to short-circuit those relentlessly discriminatory rules
that the game of representation inevitably entails. This desired absence
of detail flies in the face of the violence done when we catalog people,
while making room for an open subjectivity that encourages new forms of
collective identification." In this play of evidence and ambiguity
concerning the "distinguishing marks," Anderloni successfully
expands realitys context, becoming at once our witness and accomplice
in describing a sparse humanity, one transmitted beyond the confines of
the particular, communicating a condition of existential precariousness
through the slow and inexorable filter of a shutter that refuses to close
when it should.
Gianni Romano
Scenes of identity The portraits on the following pages were created by
Guido Anderloni, a young Milanese artist residing in Madrid. As part of
his recent exhibition, Senas de identidad, he photographed over
100 people. The result: ID photos that show the feeling of a person, his
personal.ity, his aura, rather than a view of his face. This human colour
card is based on his sub- jects auras and has nothing to do with the
colours of their skin. Explains Anderloni, I dont want to speak
in terms of beauty, of race, of nationality... what interests me in a human
being is his or her presence, his com- pany. Anderloni spends time
with his sit- ters, getting to know them before he sets up his camera and
takes a portrait, l.eaving the camera shutter open for severa1 minutes to
capture their aura. Despite the lack of facial. definition, each of those
photographed was able to identify himself and his friends, demonstrating
that our identity goes far beyond our visible features, and is perhaps best
captured by the colours of our souls.
Dawn Michelle Baude
103 AFRICANS - Guido Anderloni
103 portraits captured in one single image.
Format: A 130 x 100 cm. photo mounted on aluminium.
One colour monitor.
The portraits were taken during an inauguration of an art exhibition in
the following way: Any person wanting to be served a drink, is told by the
waiter in charge that he/she has to procede to a part of the gallery where
a photograph will be taken and a small symbol will be marked on his/her
hand after which he/she can return to the exhibition.
Once their photograph has been taken, the participants have free access
to the bar.
The resulting image of the target number of 103 subjects, is exhibited at
the same gallery in a following show.
The idea that a number of people are almost obliged to become photographed,
is seen for some as a mere trick and for others as a small kind of blackmail.
These last people are truly right, the buffet being a place where guests
under normal circumstances are invited, but never charged. This is how I
prefer to see things myself.
Why 103?
By the end of June 1996, 103 african immigrants were deported from Spain
to their individual countries of origin. Less than a month later it appears
in the newspapers that these people were drugged with Haloperidiol dissolved
in water, during the return to their home countries. These means were taken
due to the fact that problems had occurred during other depotations. The
article also read that many of these people were registered as criminals,
all though, whether political or ordinary criminal reasons, they dit not
know themselves. It seems that a civil servant from the Ministry of Interior
travelled to Guinea in order to negociate with the athorities, suggesting
to resolve the problem with money (an ammount of $ 200 was offered per head,
even if the individuals came from another counrty of origin).
Video:
A very small monitor (prefebly dismounted, leaving only the screen, if possible),
showing the recording of the performance, captured with two fixed camaras,
pointing at:
a - people getting photographed
b - the stamp being marked on the hands
The image change a,b - a,b - a,b- with 1 and 3 second intervals.
Slowing down of life, capturing life as a process. Images of the traces
of what has been lived. Chemical retaining of the situation itself, not
the instant. This reveals something we cannot perceive through the other
clean, sharp images. Action not as the uninterrupted succession of moments,
but rather as a real passing, the passing of what is real The sum of each
act fading into the next and the previous one. As if what really interested
him was the heat left by bodies, the emanation of their presence; that,
he was here, as an imprecise and expanded trace. aThrough people,
he said, I would like to forget individuals, and he added, as
if this washed the body and what separates us disappears with the water.
Anderloni also mentions the suspension of time in sleep and its resemblance
to the act of love: the paralysation of time in sleep and physical union;
death and rebirth; the slowing down and quickening of life. At the moment
of sleep, as that fall is lived as if it were an instant, time and a beings
primary condition, which is consciousness, are suspended, as the alternation
of sleep and wakefulness marks the first division in human time. The
following phenomenon occurs during sleep: it is as if the walls built by
our consciousness to separate past, present and future - memory, action,
reality, plans, hope, desire - became as thin and fragile as gauze and these
different substances filtered through and were mixed. In dreams mans
life appears as if it were timeless, as an intermediate stage between not
being (not having been born) and life in ones consciousness, in the
temporal flow. There still is no time in this intermediate situation. This
is because the individual that it experiences only achieves reality by moving
in time. Sleeping bodies, dreaming bodies, bodies that make love or
simply are, move and live. In his work there is a type of chemical withholding
of time, of hours, of the events in them.
Alicia Murría
Retener lo Invisible o la Presencia de lo Cotidiano
Performance instalación
Madrid
(texto catalogo festival de performance)
Las imágenes son completamente blancas, a veces con una mínima
huella apenas reconocible, realizadas dejando la cámara fotográfica
con el obturador abierto por un tiempo muy prolongado (por ejemplo, un día
entero), en un lugar determinado (por ejemplo, la intimidad del hogar),
con la intención de impresionar la película con todas las
imágenes del día, recogiendo la complejidad de la historia
vivida, con sus gestos, sus sentimientos y sus estados de ánimo.
El negativo resultante viene colocado en la ampliadora y así imprimida
la copia.
Es un encuentro que trasciende el aspecto inevitablemente documental de
la fotografía, la calidad temporal de la objetividad fotográfica
se va transformando en un estado más atemporal propio del pensamiento.
Con estas imágenes el tiempo de la acción se dilata hasta
el punto de escaparse del control visual de la técnica, pero queda
la complejidad de la historia, privada solamente de su reconocibilidad gráfica.
Sólo a través del título se puede reconocer la acción
representada. No hay metáfora porque no existe alusión a una
situación, sino la retención química de
la situación misma.
Durante los cuatro días del festival de performance ha sido colocada
una cámara sacando una imagen ininterrumpida de los trabajos de los
artistas y de la presencia del publico.
SEÑAS DE IDENTIDAD
He querido reducir el retrato a términos más sencillos en
estos últimos trabajos. Tomé como ejemplo las fotografías
para carnet, que constituyen la fórmula habitual y básica
para retratar y reconocer a una persona. Me interesa la idea de crear cierta
ambigüedad a la hora de entrar en valoraciones sobre las cualidades
de las personas fotografiadas; he querido llevar a cabo un proceso de condensación
de los atributos que nos identifican; estandardizar el retrato y conducirlo
a un estado en el que funcione como elemento totémico, considerarlo
como signo lingüístico, llevarlo a una unidad básica
de significado.
Mirando la imagen de una persona podemos hacer valoraciones sobre su naturaleza,
carácter y atributos; participamos de una forma de catalogación
visual que inequívocamente se convierte en catalogación moral,
cultural y social. La fotografía es un instrumento de documentación
bastante cuestionable: hace devenir familiares rostros de personas de las
que en realidad podemos saber muy poco.
Ya que el retrato nunca es el original quiero acercarme lo más posible
a los protagonistas de este trabajo y lo hago de forma sencilla, permaneciendo
el mayor tiempo posible junto a ellos. No quiero hablar en términos
de belleza, carácter o entorno; lo que me interesa del ser humano
es el calor de su cuerpo, su presencia , su compañía.
Quiero evitar la mirada directa, la mirada que se eterniza y es una sola
mirada, aunque pudiera ser la más certera, la más sensual.
No me interesa rubricar las particularidades. El hombre deja tras de sí
una huella, el signo de su ausencia: no son importantes las palabras que
aparecen sino las que faltan.
Es una serie que habla a través del nosotros y no del yo, o mejor
dicho: a través de las personas quiero olvidar las individualidades,
obligar a que la obra se lea sólo como una historia de lo humano;
quiero evitar las jerarquías, los hechos diferenciales; como si lavara
el cuerpo y con el agua se fuera lo que nos separa. Al principio decía
que estuve pensando en ese rostro cortado de las fotos para carnet, me gustaría
que alguien decidiese utilizar una de estas imágenes, colocarlas
en su pasaporte y así viajar por el mundo.
Madrid, septiembre de 1996
GUIDO ANDERLONI
Señas de identidad
Como decir huellas de rostros irreconocibles, siluetas evanescentes de color
carne, fantasmas nacidos así por culpa del tiempo.
El cuenta que no quiere la definición de los detalles... Guido Anderloni
quisiera que estas imágenes pudieran devenir fotos personales aptas
para todos los pasaportes del mundo, quisiera así poner en jaque
las reglas inevitablemente discriminantes que pone en acto el juego de la
representación. Es decir: la ausencia (voluntaria) de detalles rehuye
la violencia inevitable de la catalogación y revela una subjetividad
abierta en la que practicamos una forma inédita de identificación
colectiva.
Todo lo que se advierte (que es posible buscar) son de hecho unas presencias
silenciosas que no cuentan otra cosa que las historias que quien mira desea
escuchar.
Se abre un espacio que la imagen cargada de particulares que frente a su
misma evidencia normalmente niega.
Violencia y alegría en lo que a primera vista puede parecer el trabajo
delicado de un fotógrafo arrepentido se revelan a través de
una actitud que amplifica el grado de realidad.
De voyeur a testigo, el objetivo de su cámara que en efecto escucha
pacientemente, no mira... renuncia a arrancar el disparo adecuado, tolera
y hace suyo lo que la escena del set principal no prevee, a menudo hay una
selección precisa también en los documentales.
Guido Anderloni sustrayendo a la reconocibilidad sus retratos nos compromete,
estos rostros en su indefinición y en el ser despojados de la identidad
individual se pueden pensar casi como unos espejos, es una forma posible
en la cual reconocerse, parecen venir de lejos y estar ahí para recordarnos
la precariedad existencial en la cual estamos sumergidos, nosotros más
que sujetos, señas de identidad compuesta e incierta, sujetos a una
transformación constante en el transcurso del tiempo.
La ciencia dice que gracias al recambio de las células todo el nuestro
cuerpo está destinado a la inexorable ley del recambio. Cerebro a
parte.
Dadas las premisas no es un caso que el paso sucesivo sea un trabajo del
cual a Care Of está expuesta una huella discreta, en el cual el artista
elabora una personal versión de la representación de la violencia.
Me refiero a 103 africanos, obra en la cual Anderloni ha pedido a los invitados
de una exposición la pasada primavera, de pasar, por acercarse a
un buffet, por un cuarto de la galería donde se hace una fotografía
(en la cual los retratos vienen sobrepuestos al fin de obtener un único
resultado) e impreso un pequeño signo de iniciación en la
mano... 103 personas, se refiere a una noticia aparecida en un periódico
español que relataba de otros tantos inmigrantes deportados de España
a África sirviéndose de un potente sedante para evitar problemas
en el curso del viaje. Viene la historia a anular cada peligro de encontrar
refugio seguro en la tradición del género y este pasaje parece
encontrar referencia precisa en la definición de sujeto post-traumático
en la cual se interroga Hal Foster, sujeto que vuelve como sobrevivido o
testigo, que contemporáneamente afirma y niega su propia identidad
sublimándola.
La violencia evocada con un proceder no ditáctico, lejos de sangre,
vísceras y escenas del delito, asume así connotaciones densas,
aun más violenta y universal en la falta de detalles y en la sustitución
del cuerpo de la víctima con el cuerpo real del espectador que está
dispuesto para interpretar el papel que le ha sido requerido. Así
como decir que no podemos considerar nunca más lo que vemos como
algo que no nos pertenece, que podemos disimular de no haber visto, de no
haberlo sabido.
Emanuela De Cecco, octubre de 1997
103 AFRICANOS - Guido Anderloni
Cientotres retratos retenidos en una misma imagen.
Medidas de la obra: - fotografía de 130 x100 cm. montada sobre aluminio.
- monitor en color.
Retratos realizados a invitados de una inauguración de una exposición
de arte con el siguiente procedimiento: a cada persona que quiere servirse
en el buffet le será comunicado por parte del camarero que le atiende
que antes tendrá que pasar por un cuarto de la galería donde
le será sacada una fotografía y donde le será impreso
un pequeño símbolo en una mano con el cual podrá volver
a presentarse a la barra.
Una vez cumplido el tramite, los participantes podrán servirse libremente.
La imagen recogida hasta llegar al numero deseado será expuesta en
la siguiente exposición en la misma galería.
La idea que unas cuantas personas sean casi obligadas a dejarse fotografiar
a cambio de una bebida será visto por unos como un trueque y por
otros probablemente como un pequeño chantaje. Estos últimos
tendrán sus razones dado que si hay buffet normalmente se invita
a todos los asistentes indistintamente y sin pedir nada a cambio. Así
es como también prefiero ver yo las cosas.
POR QUE 103 ?
A finales de junio de 1996 fueron deportados por las autoridades 103 inmigrantes
a su países de origen. Escasamente un mes después aparece
en los periódicos la noticia que estas personas fueron narcotizadas
con Haloperidiol, un fármaco disuelto en el agua que les fue servida
durante la travesía hacia su países de origen. Esto se debió
a que en otras deportaciones hacia África hubo problemas de orden
durante el viaje. ... ... la publicación de la noticia sirvió
para saber que muchos de ellos tenían antecedentes penales con la
justicia de sus países pero sin saber si por motivos políticos
u de delincuencia común. ... ... Parece que un asesor de Interior
viajó para negociar con uno de los países que había
puesto problemas y ofreció solucionar el tema a cambio de dinero
(se baraja la cifra de 200 $ por persona incluso si no fueran originarios
del país en cuestión ) ...ver articulo El País 20-7-96
pag.20.
Vídeo:
En un monitor muy pequeño (posiblemente desmontado, dejando solo
lo necesario) grabación del acto realizado con dos cámaras
fijas enfocando a:
a- la gente que viene fotografiada.
b- el sello de las manos
Montaje alternando a,b - a,b - a,b..., entre 1 y 3 segundos cada toma.
Ralentización de la vida, captación de la vida como proceso.
Imágenes de las huellas de lo vivido. Retención quimica de
la situación misma, no del instante. Nos rebela algo que no nos es
dado percibir por medio de las otras imágenes, limpias y nitidas.
La acción no como sucesión interrumpida de momentos, sino
como verdadero transcurso, trascurso de lo real. Suma de cada acto fundido
con el que le sucede y el que le precedió. Como si lo que realmente
le interesase fuera el calor que han dejado los cuerpos, su emanacion de
presencia; ese ha estado ahí como rastro impreciso y
dilatado. A través de las personas dice quiero
olvidar a los individuos. Y añade: Como si lavara el
cuerpo y con el agua se fuera aquello que nos separa Anderloni alude
también a la suspensión del tiempo que se da en el sueño
y de su semejanza con el acto amoroso. Paralización del tiempo en
el sueño y en la unión fisica. Muerte y renacer. Dilatación
y aceleración de la vida. En el instante del sueño, pues como
instante se vive esa caída, se suspende el tiempo y la condición
primera del ser que es la conciencia, pues la alternancia de sueño
y vigilia marca la primera división en el tiempo humano.
En el sueño se produce el fenomeno siguiente: como si los muros que
levanta nuestra conciencia para separar pasado, presente y futuro,
memoria, acción, realidad, proyecto, ilusión, deseo
se volviesen tan delgados y frágiles como una gasa y por ella se
filtrasen, mezclandose, esas diferentes sustancias. En sueños
aparece la vida del hombre en la privación del tiempo, como una etapa
intermedia entre el no ser el no haber nacido y la vida en
la conciencia, en el fluir temporal. En esta situacion intermedia no se
tiene tiempo todavia. Todavia porque el sujeto que la padece, solo moviendose
en el tiempo alcanza su realidad. Cuerpos que duermen, cuerpos que
sueñan, cuerpos que hacen el amor o que simplemente están,
son, se mueven, viven. En su obra se da una especie de retención
quimica del tiempo, de las horas, de los sucesos en ellas.
Alicia Murría
El color de la luz - Guido Anderloni
Fotografías de superficies blancas expuestas a diferentes horas del
dia y en diferentes lugares geograficos. Durante un viaje de cerca de 2.000
Km. me he parado a intervalos regulares y he sacado fotografias del capó
del coche (blanco) con el que viajaba. Así han quedado registrados
amaneceres, noches, mediodias de sol o nubes, rotulos luminosos de gasolineras,
luz de farolas
After Man Ray - Guido Anderloni
Obras de artistas conocidos se superponen y confunden en una sola imagen.
Todas las imágenes que realmente están pertenecen a otros
autores. Como en los museos se acumulan día tras día objetos
de producción humana, en estas imágenes se almacenan como
en una imposible y condensada biblioteca. El ecceso de información
normalmente provoca distracción, hace que los recuerdos se confundan,
pero también hace mas facil la apropiación, voluntaria u no,
de cosas que no nos pertenecen dado que cuanto más hay tanto más
es dificil conocerlo todo.
Guido Anderloni